domenica 22 marzo 2009

Sull'azione di governo.


«E così il generale che comprende l'importanza delle operazioni
militari è per il suo popolo una stella del destino,
è il responsabile della sicurezza o della rovina del suo paese.»

Sun Tzu, L'arte della guerra.

Non credo che nel nostro paese il problema siano le istituzioni in quanto tali, ma semmai le persone che le fanno, sovrani e generali a vederla come ne L'arte della guerra. Molti di questi travisano per esempio che cosa sia la buona azione di governo. Loro infatti vorrebbero poter reagire nell'immediato ad un problema assecondando quello che è un singulto improvviso del cuore (o farci credere che sia così), ma qui non si tratta di dare un bacio ad una ragazza che ci mette un groppo nel petto ogni volta che le parliamo, ma prendere decisioni che andranno a pesare sulle spalle delle generazioni future e, già nell'immediato, su milioni di cittadini. Ecco perché è assurdo che si assecondino gli umori che pervadono una fetta d'elettorato per un tempo molto breve, se visto a confronto anche solo di una legislatura: il sentimento dato da un caso come quello di Eluana Englaro si è già affievolito, e l'interesse che l'uomo medio aveva per questa vicenda, del tutto scoparso.

«Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste... Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione... e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale... Addio.»

Pasolini, Ro.Go.Pa.G. 1963.

Una cosa come la questione Eluana, non può e non doveva essere presa a caldo, va digerita, meditata, ri-digerita, ri-meditata. Se poi aggiungiamo il fatto che nel 90% dei casi gli umori della popolazione dipendono da ciò che passa in TV, e se nella nostra insalatiera vogliamo mettere anche il fatto che il controllo mediatico è detenuto quasi completamente da chi in effetti è al potere, capire la situazione pericolosa in cui ci troviamo diventa davvero facile.

«Chi è abile a manovrare il nemico
lo costringe ad una forma che il nemico dovrà seguire,
presenta condizioni che il nemico dovrà accettare.
Lancia l'esca e attende in agguato con le truppe.»

Sun Tzu, L'arte della guerra.

Il vero uomo di stato non agisce emotivamente né d'impulso né nel suo interesse ma nell'interesse di tutti i cittadini - proprio così anche di quelli che non lo hanno votato -, l'azione di governo deve essere calibrata come il tirare con l'arco; scegliere la via più diretta per far sì che la nostra freccia raggiunga il centro del bersaglio porterebbe ad un fallimento: la freccia infatti deve seguire una parabola che tiene conto del vento, della forza gravità, della distanza che il tiratore ha dal bersaglio, altrimenti non arriverà mai dove ci siamo prefissati. Ecco perché a mio avviso è necessario che il sistema che abbiamo nel nostro paese debba essere difeso, le nostre leggi devono uscire da un lavoro di compartecipazione di camera e senato, e tutto deve avvenire nell'egida del presidente della Repubblica.

Francesco Terzago.

martedì 10 marzo 2009

Margherita Hack incontra gli studenti padovani, 9/03/2009.

Margherita Hack si è fatta attendere un po', ma alla fine è arrivata, sotto lo sguardo stupito dei passanti increduli ed accolta dalla pioggia d'applausi di chi era certo che sarebbe venuta. In via Marzolo, davanti al fatiscente Fusinato tutto era stato predisposto nel modo migliore per accoglierla. In mezzo alla strada, che sempre è chiusa al traffico, una mezza corona di sedie era stata rivolta verso la scalinata scura che sale al portone d'accesso del dormitorio studentesco abbandonato, ed alla sommità di essa era stata posta un poltrona azzurro fumo dove l'astrofisica si sarebbe seduta. C'erano poi dietro alla mezza corona di sedie dei tavoli che dapprima erano stati utilizzati per far consumare comodamente, a tutti quelli che lo avevano voluto un pasto sociale e finita la pastasciutta erano divenuti 'panchine di fortuna'.


Non so per quale motivo mi ero sempre immaginato la Hack una 'donnona', forse perché legavo - in uno strano gioco dell'intelletto - le sue dimensioni fisiche al suo valore come scienziata..., ed invece quando l'ho avuta a pochi metri, per di più piegata e chiusa nel giaccone grigio per il forte vento che tirava, mi è apparsa per la donna dalle fattezze minute che è.

Dopo che aiutata ebbe salito le scale e dopo essersi seduta in poltrona (non dimentichiamo che sebbene la sua mente sia così lucida la Hack è pur sempre una signora di ottanta e più anni), dopo il lungo scroscio di applausi che continuava a sollevarsi dai presenti e dopo che infine qualcuno le ebbe consegnato un grande mazzo di mimose..., vennero le domande.

Le solite, le giuste. Quelle che nella loro scontatezza – per chi segue la protesta dell'università – devono essere fatte, ma le risposte, quelle nella loro semplicità furono speciali, in particolar modo una, che a mio modesto parere riassume un po' lo stato di questo nostro paese, se non quello di tutte le 'democrazie' occidentali, «quando l'università l'ho fatta io c'era il fascismo, la differenza tra oggi ed allora è che l'olio di ricino ed il manganello li senti bene, la televisione invece ti diverte ed è solo questo ciò che siamo?, l'intrattenimento per qualcuno che ci guarda da casa senza nemmeno conoscerci?, prendendo per buone quelle quattro pillole che propina il TG 4 o Studio Aperto?


C'erano tanti fotografi a ritrarre la Hack e c'era il vento che scuoteva delle maestose magnolie a noi vicine tramutandole in immense nuvole di verde. Un vento malvagio che cercava di zittire Margherita ogni qualvolta doveva rispondere alle domande che più ci stavano a cuore... «Cosa ne pensi della ricerca Margherita?» e tutto si spegneva nel «Woooooaaa...» che schiaffeggiava da ogni parte e che le faceva vibrare il mazzo di mimose che teneva in grembo.

Tra le gambe invece, come un appiglio al suolo, Margherita teneva il suo bastone da passeggio, un bastone lucido color bronzo; e sebbene ci parlasse di problemi della ricerca, dell'Università e di fisica applicata, mi sembrava né più né meno una buona fattucchiera che svela un segreto: e forse il segreto stava tutto là, nella nostra favola lei poteva essere uno di quegli aiuti mandati dal caso per giungere ad un lieto fine. “Forse”, pensavamo, “questa cosa ci darà voce”, “forse a qualcuno importerà che siamo qui, con lei, al freddo” –.


Siamo studenti soli, bistrattati, innamorati del sapere. Molti di noi lavorano tutti i sacrosanti giorni con stipendi da fame – per pagarsi quello che da molti è visto solo come un lusso, un vezzo inutile, un passatempo – l'istruzione universitaria. Ma qui io ribadisco che lo studiare, il capire, il formarsi una coscienza critica è il dovere di ogni buon cittadino. Ecco quello che allora noi siamo, e lo dico con un linguaggio asciutto: siamo solo degli individui che vogliono diventare buoni cittadini; ed andiamo avanti, anche se gli alloggi che abbiamo li dobbiamo pagare cifre astronomiche in nero. Anche se ci mancano i laboratori, le biblioteche, le aule, e quelle poche strutture che abbiamo per lo più cadono letteralmente a pezzi. Andiamo avanti contro una dittatura morbida che non ha colore ed è l'unica cosa davvero bipartisan, il totalitarismo della mediatizzazione, del populismo, del Talk Show.


Francesco Terzago.

domenica 23 novembre 2008

Le tre bugie e la mezza verità del professor Perotti

È uscito, con straordinaria tempestività, un libro del professore Roberto Perotti dal titolo importante: “L’università truccata”.Alcuni contenuti di questo libro sono utilizzati dalla destra al governo per giustificare i tagli all’università italiana, vengono inoltre utilizzati da molti media per una campagna di discredito nei confronti del mondo dell’università e della ricerca. Principalmente per questo motivo credo sia doveroso fare chiarezza su alcuni punti di importanza fondamentale.In realtà è possibile dimostrare che nel libro di Perotti ci sono 3 grosse bugie e una mezza verità. Perotti sostiene esistono 4 falsi miti riguardo l’Università italiana:Secondo Perotti:• È falso che all’università italiana mancano le risorse.• È falso che i ricercatori italiani siano “poveri ma bravi”, ovvero che nonostante tutto, l’università italiana è all’avanguardia.• È falso che il clientelismo è un fenomeno circoscritto.• È falso che l’università gratuita è egalitaria.Se si va però a leggere con attenzione il libro, in particolare il capitolo 3, non è difficile rendersi conto, per chi è del mestiere, che su tre di questi punti le argomentazioni di Perotti non stanno in piedi, anzi si basano su “errori” grossolani di metodologia. Facciamo notare subito che la cosa è molto strana, considerato il calibro del personaggio. Procediamo però con ordine.Prima tesi: non è vero che l’università è sotto finanziata. Ora qualunque economista serio che vuole verificare questa tesi, procede per prima cosa andando a verificare quale è la spesa italiana per il sistema universitario in confronto con quella degli altri paesi in rapporto al PIL normalizzato a parità di potere d’acquisto. Se si vanno a vedere questi dati allora la tesi di Perotti appare subito insostenibile: il sistema universitario italiano appare evidentemente sotto finanziato.L’autore però usa un metodo diverso per proporre la sua valutazione. Ogni economista sa che se un’impresa è sotto finanziata è facile che essa mostri delle inefficienze. Sa anche che se si va a calcolare la produttività di un sistema sotto finanziato, procedendo quindi a dividere i risultati per i finanziamenti, ci si rende subito conto che questa è bassa mentre il costo del singolo prodotto è alto. La cura è semplice: vanno aumentati i finanziamenti.Perotti però magicamente, e ripetiamo, molto stranamente, inverte i ruoli di cause ed effetti. Egli tira fuori un coefficiente: 0.482, che trova in alcuni dati che fornisce il ministero per l’anno 2003 (e si noti che il libro di Perotti è uscito nel 2008), e lo usa per proporre le cose proprio al contrario. Dice che, considerando il grande numero di abbandoni, e considerando che ci sono molti studenti che non frequentano, si deve in realtà andare a contare quanti sono gli “studenti equivalenti a tempo pieno”. Cosi facendo, moltiplicando la spesa per ogni studente iscritto per l’inverso di detto coefficiente, salta fuori un risultato inaspettato: sorprendentemente il costo in Italia per l’università diventa tra i più alti del mondo. Quindi conclude che non è vero che l’università italiana è sotto finanziata. Qualunque economista serio di fronte a questo gioco non può che rimanere alquanto perplesso.Ragioniamoci sopra. Il numero che utilizza Perotti cosa misura? È un indice che dice che nel sistema ci sono delle inefficienze. Ma quali sono le cause di questa inefficienza? Sono sicuramente più di una, elenchiamone alcune:1. Potrebbe essere che gli studenti italiani non sono sufficientemente bravi, perché poco studiosi, o perché non ben preparati.2. Potrebbe essere che l’università italiana sia troppo difficile se confrontata con quella degli altri paesi.3. Potrebbe essere che i docenti italiani non fanno bene il loro lavoro.4. Potrebbe essere che l’università italiana è sotto finanziata e che il numero di docenti per studente è troppo basso.Chi conosce la nostra università sa che tutti questi quattro punti sono in parte veri, ma che è particolarmente importante il quarto. Chi ha frequentato i corsi dei primi anni conosce bene quale è il rapporto tra studenti e professori quando si fa lezione! È questo è il punto fondamentale. Supponiamo che vengano aumentati i finanziamenti e si arrivi ad avere più professori per studente e anche un finanziamento più grande per le figure dei tutor (che si occupano appunto di vedere quali problemi hanno gli studenti e come dare loro una mano), quali potrebbero essere gli effetti? Il coefficiente che usa Perotti potrebbe cambiare e potrebbe andare nel verso opposto proprio il rapporto tra spesa ed efficienza del sistema. Rispetto al ragionamento che fa Perotti si avrebbe allora un risultato paradossale: se si aumentano i fondi salta fuori che l’università costa meno!!Un esempio numerico: supponiamo un sistema che per ipotesi sia sotto finanziato. Poniamo che costi 100 e produca con efficienza 0,4 un numero N di laureati ogni anno. Il costo complessivo per laureato è allora N/100. Supponiamo ora di spendere più soldi, poniamo 130. Supponiamo che adesso, venendo colmate alcune delle lacune del sistema, l’efficienza passi a 0,8. Cosa succede? Ora sono prodotti 2xN laureati a un costo per laureato che è 2N/130. Quindi, pur avendo speso più soldi, il singolo laureato viene a costare meno!Cosa prova questo esempio? Dimostra che l’argomentazione di Perotti non può essere considerata valida. Ma ci sono altre cose strane nel metodo di Perotti. Stranamente egli si riferisce a dati del 2003 e ad un altro metodo di valutazione che evita di specificare per bene e che andrebbe a considerare il rapporto tra laureati e iscritti. Ma attenzione bene, il libro è stato pubblicato nel 2008. Tra i dati del 2003 e oggi le cose sono radicalmente cambiate perché in mezzo c’è stata una riforma: il cambio dell’ordinamento al sistema 3+2. Per quale motivo l’autore evita di fare un adeguato riferimento a questa cosa? La riforma del sistema è stata pensata proprio per curare alcuni dei mali del sistema italiano, per limitare i numeri di abbandoni e incrementare l’efficienza della nostra università. È una cosa che ha avuto un qualche successo?I dati sono disponibili, anche sul sito dell’ufficio di statistica del ministero. Sono già stati fatti vari studi su questa cosa, e i risultati sono incontrovertibili: l’efficienza del sistema, intesa come capacità di sfornare laureati, è migliorata e di molto!Perché Perotti non considera queste cose? Osiamo pensare per un motivo molto semplice. Perché se si va ad utilizzare lo stesso metodo, per altro sbagliato, invece che sui dati del 2003, su altri più aggiornati che tengono conto della riforma, allora comunque il giochetto non riesce. Il costo medio per “studente equivalente a tempo pieno” risulterebbe comunque inferiore alla media degli altri paesi industrializzati. Ora tutto questo è molto strano. Perotti non è sicuramente uno sprovveduto. Non può ignorare alcuni di quelli che sono i principi elementari dell’economia di impresa.Seconda tesi del perotti:Non è vero il mito del “poveri ma bravi”. Anche in questo secondo caso troviamo un errore metodologico di base che è stupefacente. Perotti fa riferimento ad una serie di dati che valutano la produzione globale del sistema di ricerca italiano, e mostra che non è poi così brillante. Ma attenzione bene: il falso mito che lascia intendere di voler smascherare è che non è vero che i ricercatori italiani sono “poveri ma bravi”. Se vuole far questo allora deve fare la cosa più elementare: andare a calcolare quale è il rapporto tra i risultati della ricerca rispetto a quanto questa è costata. Deve cioè andare a valutare quella che è la produttività del sistema. Sembrerebbe una cosa ovvia. Ebbene Perotti semplicemente non lo fa, non ci prova nemmeno. E se si fanno i conti della produttività cosa salta fuori? Lo ha fatto il professore U. Amaldi andando a considerare proprio una delle fonti citate dal Perotti: un noto articolo di Sir David King apparso nel 2004 nella prestigiosa rivista Nature. I risultati: i ricercatori italiani sono effettivamente tra i più produttivi del mondo.Non ci credete? Verificate voi stessi. Consiglio il link:http://www.buconero.eu/2008/11/il-prof-ugo-amaldi-sulla-ricerca-italiana/Anche in questo caso questo “l’errore” di metodo da parte del Perotti ha dell’incredibile. Per un professore di economia con il suo curriculum, che insegna alla Bocconi appare semplicemente impossibile.Vediamo ora la quarta tesi di Perotti.Non è vero che il sistema italiano è egualitario perché gratuito.Per argomentare la sua tesi mostra il confronto tra il rapporto tra il numero di laureati per fasce di reddito in Italia e negli USA. Solo che anche qui fa una cosa strana Si limita a mostrare il rapporto tra la percentuale della popolazione che ha accesso ad un titolo di studio universitario confrontando il quintile più ricco e quello più povero delle rispettive popolazioni nei due paesi. Mettendo cosi i dati trae la conclusione che il sistema americano è più “egalitario del nostro. Ma è un confronto sensato? Chi conosce come funziona la scuola italiana e quella americana, sa che il contesto è completamente diverso. Quel quintile più povero che da noi mostra di ottenere mediamente meno lauree in realtà non supera nemmeno la scuola superiore. Perché il Perotti non mostra l’intera distribuzione ma solo il rapporto tra questi due quintili e solo per gli USA? Perché non fa alcun accenno alle differenze fondamentali tra i due sistemi scolastici? Perché non fa menzione del fatto che in Italia una laurea è assai meno importante che negli stati uniti al fine di ottenere successo economico nella propria vita?Credo che risulti evidente per ogni persona onesta che ben tre dei quattro falsi miti di Perotti sono nel migliore dei casi delle “grosse forzature”. Credo si possa invece dimostrare fuori di ogni ragionevole dubbio che:• È vero che l’università e la ricerca in Italia sono cronicamente sotto finanziate.• È vero che nonostante questo i ricercatori italiani ottengono ottimi risultati in termini di produttività scientifica.Inoltre è anche probabilmente vero che il sistema Italiano proprio perché pubblico è più egalitario rispetto a un sistema privato.Per quanto riguarda l’altro “falso mito” di Perotti credo sia fondamentale inquadrare le cose nel giusto contesto. È vero che in Italia ci sono moltissimi concorsi truccati, ed vero che in alcuni dipartimenti esistono baroni che spadroneggiano e che fanno assumere i loro rampolli. Ma il clientelismo e il nepotismo presente in parte del’università Italiana è una minuscola frazione rispetto a quello che esiste in tutto il resto della pubblica amministrazione. I “professori corrotti” sono in proporzione molti meno rispetto ai funzionari pubblici. Penso possiamo dimostrare che l’università italiana è di gran lunga più pulita del contesto che la circonda e la grande maggioranza dei suoi docenti sono dei galantuomini.È vero che molti concorsi sono “tagliati su misura”. Ma per la maggior parte dei casi si tratta di concorsi destinati a stabilizzare ricercatori di indubbio valore che hanno alle spalle almeno una decina d’anni di precariato svolto con stipendi ridicoli. Si tratta persone che stanno spesso seguendo già da anni una linea di ricerca il cui alto valore è riconosciuto a livello internazionale. Bisogna non dimenticare che la ricerca moderna richiede livelli di specializzazione notevolissimi. Per arrivare a questi livelli è necessario impegnarsi per molti anni dopo la laurea. La maggior parte dei concorsi che sono tagliati su misura, lo sono, non perché ci siano baroni disonesti, ma perché procedere in questo modo è una precisa necessità dovuta essenzialmente al fatto che il sistema è pesantemente sotto-finanziato. Semplicemente si è costretti dalla legge a bandire dei concorsi per effettuare quelle che a tutti gli effetti sono delle stabilizzazioni utili e necessarie. Consideriamo un esempio. Supponiamo ci sia un’azienda che opera su un settore di alta tecnologia e che richiede quindi professionalità specifiche di alto livello. Supponiamo che in questa azienda lavorino da dieci anni, ma con contratto da precario, persone che nel tempo hanno acquisito, grazie ad un grande impegno, un know-how notevolissimo. Ritenete che, qualora si presenti la possibilità di effettuare delle assunzioni a tempo determinato per quelle specifiche professionalità, i responsabili dell’azienda possano davvero pensare di bandire un concorso pubblico? Davvero si devono fare concorsi pubblici non tagliati su misura correndo il rischio concreto che il candidato interno, che già lavora sul quel settore e su quella ricerca da dieci anni, possa essere mandato via di punto in bianco? Pensate davvero che un’altra persona sia in grado subito di acquisire tutte le competenze specifiche? Quanti anni di lavoro e di investimenti andrebbero buttati via così facendo? E la persona che ha lavorato per tanto tempo e che si trova senza lavoro cosa dovrebbe fare? Provare concorsi altrove? E se anche vincesse in altra regione potrebbe permettersi di punto in bianco di andare a vivere in altra città? Parliamo di persone di 35-45 anni, spesso con famiglia e muto a carico. Sapete quale è lo stipendio di ingresso di un ricercatore universitario: 1200 euro al mese per i primi tre anni. Chi può permettersi in Italia di fare una cosa del genere? Chi può chiedere alla propria moglie o al proprio marito di rinunciare al rispettivo lavoro che nella maggior parte dei casi è molto meglio pagato? In quanti si potrebbero davvero permettere di fare una cosa del genere e quanti invece dovrebbero rinunciare a fare ricerca, per ripiegare in un altro lavoro?Chi lavora dentro il sistema universitario italiano in discipline quali fisica, matematica, ingegneria, biologia, e molte altre, sa benissimo come stanno le cose. Buona parte dei precari della ricerca sono obbligati dalle circostanze a cambiare lavoro e andare a fare altre cose ( tipicamente l’insegnante di scuola media o superiore), non perché non siano persone di alto valore, ma per il fatto che a causa di vincoli famigliari e affettivi non possono permettersi di lasciare tutto e andare all’estero. Questo accade esattamente per il fatto che in Italia la ricerca e l’università sono cronicamente sotto finanziate. Dovendo operare in una situazione di questo tipo moltissimi docenti, che sono galantuomini di indubbio valore etico e morale, sono costretti dalle circostanze a chiedere concorsi tagliati su misura. Sono anche costretti molte volte a chiedere che in vari concorsi sia data la precedenza ad un candidato considerevolmente più anziano a scapito di uno più giovane ma più brillante, e sono costretti a chiedere a quest’ultimo di aspettare. Fanno questo non per baronismo o clientelismi vari, ma per consentire ad una persona di oggettivo valore di continuare a dare il suo prezioso contributo alla collettività. Per consentire a questa persona di non vedere sprecati tanti anni di sacrificio e di studio, che spesso sono gli anni migliori della propria esistenza.Se si fa la somma di tutti i precari e di tutti coloro che sono già strutturati in Italia, il numero che ne risulta è ancora ben inferiore al numero di ricercatori che lavorano in paesi quali la Francia, il Regno Unito, la Germania per non parlare, fatte le debite proporzioni, del resto dell’Europa occidentale, degli USA, del Giappone. In Italia ci sono tanti precari per il semplice fatto che c’è molto lavoro da fare. Il mercato della ricerca richiede questo lavoro. In un paese moderno e industrializzato c’è bisogno di queste persone e di questi numeri. Ci sono tanti precari perché la nostra università per cercare di stare al passo con i tempi ha un bisogno disperato di fare al suo interno una ricerca che possa confrontarsi con il resto del mondo. Solo facendo una ricerca di buon livello i docenti possono acquisire un know-how effettivo ed aggiornato. Solo a queste condizioni essi possono poi formare i medici e gli ingegneri di cui abbiamo bisogno. Per miopia cronica della politica e dei privati il settore università e ricerca è pesantemente sotto-finanziato. Dovendo operare in queste condizioni il sistema è costretto a ricorrere a contratti atipici poiché costano molto meno di un contratto regolare. Non esiste statistica serie che non confermi in maniera indubitabile questa realtà dei fatti.Il sistema della ricerca italiano produce benessere e ricchezza. La ricchezza materiale prodotta per la collettività è molto superiore alle spese sostenute. Il problema è che il prodotto non è direttamente subito vendibile sul mercato e i frutti si vedono spesso dopo molti anni. Ma se si effettua un’analisi attenta di quello che è stato il contributo di scienziati e ricercatori che si sono laureati in Italia si scopre che molti di essi hanno avuto un ruolo fondamentale nelle moderne tecnologie. La ricerca paga è un ottimo investimento. Abbiamo visto che molti concorsi sono pilotati per necessità. È oggettivamente una stortura del sistema che si debba ricorrere a questi espedienti. È proprio a causa dell’esistenza di questo problema reale che si sono determinate in molti dipartimenti le condizioni che hanno consentito, a persone meno oneste degli altri, di approfittare della situazione per promuovere non gente di valore con tanti anni di precariato alle spalle, ma per favorire “amici e parenti”. Ci sono varie soluzioni a questo problema. Ma tutte richiedono in primo luogo maggiori risorse per finanziare in maniera adeguata il prezioso lavoro dei precari di valore e per dare loro delle prospettive accettabili per il futuro. Solo se ci saranno queste risorse, si potrà curare il sistema ed eliminare quell’humus, quella situazione distorta, che ha consentito al marcio di proliferare. I precari, i ricercatori e i docenti dell’università e degli enti di ricerca Italiani sono nella grande maggioranza persone di alto valore e d’indubbia onestà, sono persone che lavorano moltissimo e che hanno dedicato allo studio i loro migliori anni, con il sogno di poter dare un contributo al progresso e al benessere dell’umanità.

Amedeo, precario INFN

giovedì 20 novembre 2008

This world isn't kind to little things



Quando vai a Parigi, appena atterri e ti si stagliano all'orizzonte i palazzi che raccontano più di un millennio di storia nello stesso luogo, la sensazione è quella di finire in una hall circolare dalla quale si aprono infinite porte, tante quanti i punti della circonferenza. Porte senza targhetta, e ciò che sta dietro lo saprai solo attraversandole.
A Parigi c'è sostanzialmente tutto.
In piccole o in grandi o gigantesche dosi. In modo discreto o magniloquente. Ma c'è tutto.
Basta avere chiaro quel che si cerca.
Ed essendoci tutto, è inevitabile che non ci sia solo il bello, ma anche il brutto.

Parigi non è la città da cartolina. Non basta vederla. Parigi va letta.
Perchè se c'è qualcosa che davvero non si può non notare, nemmeno se a distrarci è l'imponenza della Tour Eiffel, o degli edifici reali, o dei trionfali boulevards, è proprio la cultura.
Librerie ovunque, dalle splendide boutiques di libri antichi, gialli e introvabili, ai cinque piani in Boulevard Saint Germain. I cafè dove ancora oggi si discute di filosofia, anche se sono lontani i tempi in cui poteva capitare di bersi il caffè di fronte a Diderot, o a Balzac. E comunque per dovere di cronaca mi sento di ricordare molto meschinamente che filosofare a Parigi costa.
Ma la città sembra costruita per istruire se mi perdonate il gioco di parole.

La musica sposta il proprio baricentro su generi che non frequento e sui quali sono ignorante. Di certo non si può dire che Parigi sia rock. E si vede. E si sente.
World music appalla, influenze di ogni genere, soul, in un misto fra cosmopolitismo, erudizione musicale e orgoglio post-colonialista (ricordate i Mano Negra?).

C'è il luogo comune che la vede snob, chic. Beh è proprio così.
Per certi versi.
Una camminata in veste da turisti per Rue Saint-Honorè può causare gravi danni all'autostima, nell'infilare l'uno dopo l'altro negozi che solo a guardarli si possono strisciare, nei quali volendo potremmo spendere più di quanto abbiamo mai speso in vita nostra, e in cui comunque dopo tutto questo, non è assicurato che si riesca a comprendere il reale uso degli oggetti venduti. Ma se il lusso fosse utile non sarebbe più tale, ci risponderebbe una delle splendide modelle anonime ragazza-della-porta-accanto che vediamo entrare in un qualsiasi di questi negozi, spendere una cifra non ben comprensibile e bersi l'aperitivo con le amiche comunicando in tre lingue.
Ma a parte queste stranianti esperienze di shopping (ovviamente non riuscito) conviene soffermarci su operazioni più strettamente culturali, nel senso antico del termine: l'andar per musei.
Sorpresa numero 1: a Parigi non c'è solo il Louvre!
Sorpresa numero 2: al d'Orsay non ci sono solo gli impressionisti!
per esempio ci si imbatte in mostre dal range più diverso (ampiamente pubblicizzate in metrò). Da Mirò a Warhol al Musee Du Luxembourg, dove il Senato ospita la collezione Berardo, che in fatto di arte contemporanea credo tema solo l'enorme e stupenda collezione permanente del Centre Georges Poumpidou (sì, quello coi tubi bianchi gialli e blu, le scale mobili a vista e le fontane di dubbio gusto) dove tra l'altro è stata organizzata una mostra sui Futuristi con un rigore che è difficile trovare negli stessi Futuristi. Ma non è finita, perchè Pollock e Rouault vi aspettano alla Pinacoteca della città, quella vicino alla ridicola e dozzinale Chiesa della Madeleine. E per chi amasse tempi più barbari, al Museo dell'abbazia di Cluny c'è una collezione di arte medievale che vanta fra le sue perle il ciclo di arazzi della Dama con l'Unicorno (proprio quelli di Tracy Chevalier).
E ancora, arte cinese al Cernuschi, nascosto dietro a un parco voluto da Haussmann, e ovviamente le chiese.
Sono un amante del gotico, è una delle poche cose che riesce a farmi dimenticare la mia avversione alle istituzioni religiose. Ammetto che, una volta entrato alla Sainte Chapelle, quasi mi è dispiaciuto non aver nessuno a cui rivolgere una preghiera in quel luogo meraviglioso (dove tra l'altro non si svolgono più funzioni religiose; chi volesse deve "accontentarsi" di Notre Dame). Ma non metterò fotografie. La luce che pervade quelle immense e meravigliose vetrate merita la sola visione dal vivo. Se vi capita non lasciatevela sfuggire solo per non si vede dalla strada. E' soltanto incapsulata nel palazzo di Giustizia.

E in fondo, anche solo passeggiando si può cogliere la bellezza e lo sfarzo di questa capitale. Dal Louvre alla Defense si fanno 7 km, ma è dura accorgersene se non si tiene lo sguardo basso. Tante sono le meraviglie che si incontrano.
Ma ancora di più sono passeggiando per il Marais, o per i quartieri della Rive Gauche (da sempre la Riva intellettuale stando ai clichè parigini). La libreria di 5 metri quadri che non ti aspetti, il venditore di cozze per la strada, una moschea enorme che all'improvviso ti ruba l'orizzonte e ti fa pensare che invece in veneto alle moschee c'è chi vota contro, e chi molto più pragamaticamente gli da fuoco.
Il Pont Des Artes a novembre ha poco di artistico, a meno che non siate come me che considerate artistica una passerella pedonale vuota su una senna gelida che isola dal rumore della città illuminata.
Di Montmartre resta il misticismo della basilica bianca sulla collina che si erge da un qualsiasi punto di Parigi e appare-scompare come un fantasma quando si alza la nebbia (mi piace pensare che sia nebbia, e non smog). Per il resto è un quartiere sostanzialmente turistico, privo della vita che io ho cercato e trovato nella ville lumiere.

Ti gusti una crepe ormai piuttosto standardizzata ed europeizzata mentre ti guardi intorno e non sai dove girarti, perchè non sai cosa cercare.
Ma quando torni ti rendi conto che qualcosa senza cercarla l'hai trovata. Una pace dei sensi molto "culturale" nel senso non snobistico del termine. L'averla trovata in una metropoli è di per sè un piccolo miracolo.


Da girarsi di notte con questa canzone.

domenica 16 novembre 2008

Alta marea


Potrei raccontare in modo cronachistico quello che è successo a Roma venerdì. Potrei pensare di descrivere in modo oggetivo, passo per passo, il percorso della manifestazione. Non lo farò, perchè voglio raccontare il mio viaggio, in modo che ciascuno di voi possa immedesimarsi e prender parte a quello che è stato per me, come per molti altri studenti di tutt'Italia, venerdì 14 novembre 2008. Sono arrivata in stazione a Padova alle 22.30 di giovedì senza il biglietto per Roma, ma mi avevano assicurato che, in un modo o nell'altro, sul treno avrebbero trovato posto tutti quelli che sarebbero voluti partire, anche i ritardatari come me. Camminando per cercare un biglietto ho trovato dei ragazzi di Bolzano, per un attimo ci siamo guardati "che ci fai qui?" che domande "vado a Roma, anche se devo ancora trovare il biglietto". Eccoli i ritardatari, avevano già preso due treni per arrivare fino alla città più vicina in cui gli universitari fossero riusciti ad assicurare un treno per la capitale a basso costo. Sono già le undici e mezzo quando un megafono annuncia "entrino solo coloro che non hanno ancora il biglietto, i nostri amici da Trieste e Venezia sono già partiti e noi abbiamo ancora 120 posti liberi". Ordinatamente si crea una fila davanti alle biglietterie chiuse: 15 euro e un segno con il pennarello sulla mano sono il lasciapassare per "salire sull'onda". Un fiume di studenti allaga il binario tre e all'una compare finalmente quello che alcuni hanno chiamato "il treno dei desideri che nel Paese all'incontrario va". Per i vagoni il solito delirio, chi è più fortunato divide la cuccetta con altre sette persone, gli altri si accampano a terra e dormono lì, fino all'arrivo alle sette di mattina, quando, come dei morti viventi, ci incamminiamo verso La Sapienza. E' come un mondo a sè stante, passato l'arco in stile fascista sembra di affacciarsi alle porte del Paradiso. Non me la immaginavo così, una vera e propria città degli studenti, tutte le facoltà si guardano, faccia a faccia, farmacia biologia scienze politiche lettere e filosofia. Ci distribuiscono una cartina con le sedi delle varie facoltà, con tanto di didascalia delle zone adibite a dormitorio e quelle in cui ci sono il bar e la distribuzione di panini e bevande; sul retro il programma delle assemblee di sabato e domenica per quelli che si fermeranno ospiti dagli amici romani. Sulla gradinata, dietro alla statua di Minerva, viene appeso lo striscione dell'onda di Padova "L'onda non si arresta, il sapere non si aquista". Sarà il nostro punto di riferimento per tutta la manifestazione. Dopo Padova, Milano, Trento, Bologna. La marea si alza nel cortile della Sapienza, finchè non straripiamo: la manifestazione è partita. Con ordine ci uniamo ai ragazzi delle superiori e poi giù lungo via Cavour. Salgo su un cassonetto e intorno a me ci sono urla, striscioni colorati, enormi marionette che rappresentano l'Istruzione e il suo "giudice 133". Non c'è tensione e non si vedono poliziotti fino al ridicolo schieramento di finanzieri in tenuta antisommossa che vigilano davanti all'Altare della Patria. Sembra quasi una presa in giro, come se fossimo una minaccia per la sacra fiaccola che arde sulle gradinate: l'onda anomala è un pericolo per quel "fuoco". Si prosegue verso piazza Navona, senza badarci. Nessuno vuole cedere alle provocazioni. Arrivati a pochi metri dalla piazza ci dicono che la testa del corteo ha pacificamente sfondato le barriere dei poliziotti per circondare il Parlamento e adesso migliaia di persone siedono davanti alle porte, in attesa del famoso dialogo democratico. Oramai abbiamo perso gli altri padovani, ci guardiamo attorno e il corteo è ovunque. A macchia d'olio gli striscioni e i palloncini colorati hanno invaso le vie del centro storico. La piazza del Pantheon è gremita di gente e mentre passiamo degli operai squarciano i teloni dell'edificio con cui lavorano per applaudire e urlare "siamo con voi ragazzi". Ci fermiamo con gli occhi lucidi. Vorremmo rimanere lì, ma la corrente ci trascina ancora e ancora. Alcuni passaggi sono bloccati da poliziotti con i manganelli a riposo e gli scudi poggiati a terra. Non si sa più che fare, il corteo è ormai fuso con la città stessa. Ogni vicolo, ogni bar, ogni gradinata o muretto è pieno di studenti. Finalmente raggiungiamo piazza Navona dove centinaia di persone sono sdraiate a terra: salutiamo i nostri amici che restano per l'assemblea e torniamo verso la stazione Termini, il treno parte alle 18.00 e non aspetta nessuno. Mi guardo attorno e la città sembra un enorme campo di battaglia: ci camminiamo in mezzo, tra le rovine e le ceneri di quello che sorgerà da questa giornata, mentre l'unico sottofondo è il ronzio di un elicottero che ci accompagna da tutto il giorno, dall'alto ci osserva. Ci fermiamo a chiedere a un passante la via più breve per arrivare in stazione: "perchè ce l'avete con quel poverino di Berlusconi? Cosa vi ha fatto?" chiede lui. Siamo allibiti, inteneriti, troppo stanchi per spiegare. Forse lo slogan "se non cambierà rapiremo la Carrà" ha allarmato i passanti (non si "tuca" la Carrà), forse "Berlusconi pezzo di merda" è eccessivo per un "poverino" che, in fin dei conti, ha soltanto fatto passare una finanziaria incostituzionale come decreto dalla massima urgenza di modo che nessuno potesse proferire verbo al riguardo. Forse è eccessivo gridare "per Natale un solo regalo, la Gelmini appesa ad un palo". Non è civile, non è democratico. Ma è una democrazia quella in cui la questura all'una di venerdì 14 novembre dichiara che sono "200.000 i partecipanti al corteo" e che, magicamente, alle tre di pomeriggio ritratta dicendo che "ops, sono solo 30.000"? Noi c'eravamo. Sappiamo che eravamo tantissimi e non saranno le stime fasulle della Questura o del Premier che il giorno dopo parla di "partecipazione deludente al corteo" a scoraggiarci. Per fortuna per una volta i nostri occhi erano lì. La marea si è ritirata, per ora, ma si sa la luna cambierà e noi continueremo a scivolare, pacificamente, per le vie delle nostre città e silenziosamente inonderemo questo paese finchè non ci daranno una riforma dell'università che combatta realmente gli sprechi, che garantisca i fondi e i finanziamenti alla ricerca, che fermi i baronaggi e si apra alla meritocrazia. Il treno riparte, le cuccette si riempiono, c'è ancora chi ha voglia di bere e fare casino, altri dormono, alcuni sono ancora alla Sapienza, altri la portano dentro.

lunedì 3 novembre 2008

Rock The Barack!


Avevo letto su un blog molto cinico e molto divertente un post risalente alle primarie del partito democratico americano, che sfotteva la capacità dei democratici di complicarsi una vittoria già consegnata in mano dalla nefasta amministrazione Bush jr. proponendo agli americani la scelta fra la moglie cornuta di un pupazzetto sorridente e un nero che presenta sulla carta d'identità due nomi che non sono esattamente il miglior biglietto da visita per il popolo americano: Hussein e Obama.
Barack Hussein Obama sta in realtà, al di là della facile ironia e degli scongiuri, raccogliendo consensi rassicuranti, di sicuro per il suo entourage, per il resto del mondo rimandiamo il giudizio di qualche anno se dovesse uscire vincitore fra poche ore.
Una cosa è certa.

Il mondo del rock è suo. L'asprissima campagna elettorale, fra confronti televisivi certamente più neutri che nel bel paese e più o meno fittizie minacce di attentati nazisti, si connota di un elemento estraneo o quantomeno marginale nella politica europea: il forte coinvolgimento della musica. Mainstream e non.
Capita così di vedere un gruppo di nicchia (qui in Europa) come i National sbandierare la faccia di Obama nel loro sito, fra il loro merchandise e persino prestare una loro canzone (dall'emblematico titolo di "Fake Empire") ad un suo spot elettorale. E, senza il bisogno di documentarsi troppo fra sonorità underground, sentire gli R.E.M. candidamente dichiarare dal palco, prima di attaccare con l'ultimo singolo "Man Sized Wreath" dall'incazzatissimo "Accelerate":

We're watching United States of America change from something very bad into something very good

Non sono che due esempi emblema di una realtà in netto cambiamento. Con una tendenza ancora sconosciuta al di qua dell'Atlantico, la politica permea fortemente anche band che la lasciano fuori dalle liriche, estranee a veri e propri manifesti programmatici e al connubio che spesso lega musica e politica facendone l'una il mezzo per perseguire l'altra. E' così soprattutto in generi come il punk, l'hardcore. E' qualcosa di nuovo perchè certo, sì, molti, moltissimi se la sono presa con Bush ultimamente ed esternavano il disagio dai palchi europei. Mi vengono in mente i Pearl Jam, addirittura gli ultimi Green Day che con l'ormai vecchio American Idiot (2004) si erano spogliati dell'aura di eterni ragazzini punkrockers per assumere sagacemente (e aggiungerei tristemente) le vesti di contestatori con convinzione (poca) e demagogia (molta).
Qui invece si parla di uno spirito di appartenenza patriottica che, conscio della grande importanza che per il resto del mondo ha la scelta del Presidente (soprattutto nella recessione più grave del dopoguerra), cerca di coinvolgere il pubblico dei concerti in direzione nettamente democratica.
Possiamo star certi che dai palchi americani la cosa assuma dei caratteri enormemente inaspriti e ingigantiti, in quanto riguarda direttamente i fans. Ma riflettiamo sulla scarsità di tali fenomeni in Italia. Una rockstar nell'immaginario collettivo è immensamente più potente di un ministro, è in grado di spostare il voto di masse. Immaginiamoci iperbolicamente Vasco Rossi che svela a un San Siro pieno per chi voterà alle prossime elezioni.
Giusto o sbagliato che sia secondo le nostre coscienze, restiamo ancora una volta deficitari di informazione e di presa di posizione da chi ha presa sui giovani. Il concerto del primo maggio resta una voce fuori dal coro, e di poco valore in quanto nasce come evento politico, e non come concerto in sè e per sè.
Ci salvi ancora una volta il Rock, prendendo a cuore le sorti politiche del nostro paese, al di là di fugaci battute amare alla Baustelle, dimenticate appena attacca la canzone. Dimenticate sì, perchè siamo notoriamente un pubblico stupido, che non si accorge che Amen è nient'altro che il requiem di un sistema che collassa in preda alla scelleratezza politica italiana.

The National - Fake Empire (Boxer, 2007)


R.E.M. - Man sized wreath (Accelerate, 2008)



Baustelle - Il liberismo ha i giorni contati (Amen, 2008)

Meine Heimat, la tua regione


Le elezioni provinciali dell’alto Adige mostrano un dato allarmante: dopo la solita e indiscussa vittoria della SVP (Sozialistische Volkspartei), si vede una netta crescita del partito Die Freiheitlichen. La notizia fa scalpore con il 14.3 %, contro l’8% circa del Pdl e il 6% del Pd il partito dell’estrema destra tedesca zi aggiudica ben cinque seggi.
Bisogna tornare indietro al ‘92, quando la questione del Pacchetto aveva diviso la popolazione tedesca altoatesina in due portando ad una scissione interna alla SVP per vedere la nascita, sotto la guida di Christian Waldner, del Freiheitliche Partei Suedtirol. Waldner fondò dopo appena due anni un altro partito Die Liberalen (1994), dopo esser stato costretto ad abbandonare i Freiheitlichen per irregolarità nella gestione finanziaria del partito, e il 18 febbraio del 1997 fu ucciso (in circostanze ancora da chiarire) da Peter Paul Reiner. Tuttavia il modello politico a cui il partito rimane costante negli anni, nonostante la perdita della sua figura guida: ci si rifà, per intenderci, all’austriaco populista e nazionalista Joerg Heider (morto l’11 ottobre 2008in un incidente stradale), prima alla guida del Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ) “Partito della libertà austriaca” e poi dal 2005 del Bündnis Zukunft Österreich (BZÖ) “Alleanza per il futuro dell’Austria”. Per chi fosse interessato il programma per le elezioni provinciali del 26 ottobre 2008 dei Freiheitlichen, nello specifico, è rintracciabile sul sito del Ministero dell’Interno (http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/15_elezioni/059DIE_FREIHEITLICHEN.pdf).
Cosa porta un partito di estrema destra, xenofobo, nazionalista e autonimista ad ottenere un così largo consenso ancora oggi? Luis Durnwalder (Presidente uscente della Provincia Autonoma di Bolzano) dichiara: “I liberal – nazionali non hanno una filosofia, sono contro e basta e hanno così raccolto la protesta e un malcontento che si aggira in tutta Europa”. A suo tempo Norberto Bobbio aveva definito il fascismo come una “non ideologia” e aveva sottolineato come questo suo essere semplicemente “contro” avesse rappresentato la sua grande forza politica, permettendogli di farsi portavoce di un’Italia distrutta, in cui serpeggiava il demone della vittoria mutilata e della crisi economica seguita al primo conflitto mondiale.Che si tratti di corsi e ricorsi storici non si può sapere, ma quello che è necessario chiedersi è se questa estremizzazione della politica sia un fatto che riguarda solo l’Alto Aidge o se sia invece possibile trarre, a partire da una regione, dei dati che in realtà rappresentano una marcescenza endemica di tutta la parte più moderata della politica europea. Il fatto che anche la Lega Nord abbia acquistato così ampio consenso alle ultime elezioni non è forse un dato connesso al successo dei Freiheitlichen? Non si tratta forse della stessa voce espressa semplicemente in due lingue differenti? Da altoatesina e italiana al contempo sento che non si può che rispondere affermativamente.
Certo, la condizione socioculturale e storica dell’Alto Adige influisce (negativamente in questo caso) sulle scelte politiche dei votanti: un votante altoatesino nel momento in cui si trova di fronte all’urna elettorale spesso sceglie prima di essere italiano o tedesco, soltanto poi di destra o di sinistra, e questo certamente travolge le normali dinamiche di voto. La divisione etnica, favorita da un lato da una politica culturale che si finge bilingue e in realtà acuisce la divisione delle due famiglie linguistiche, favorita da un altro lato dagli interessi dei singoli partiti che costruiscono il loro consenso sulla “dinamica della separazione”, influisce senza dubbio.
Tuttavia penso che ci sia la possibilità di generalizzare: non è certamente un periodo florido per quanto riguarda le condizioni economiche del nostro paese, questo fa si che si sviluppi un malcontento diffuso che va però canalizzato verso un “nemico” individuabile e preciso (come già era accaduto per il nazismo e la costruzione del “nemico interno” con gli ebrei e di quello “esterno” con i regimi comunisti per esempio): in Alto Adige esso può essere identificato con gli immigrati e lo stato italiano di cui parte della popolazione tedescofona non si sente cittadina, mentre per la Lega Nord con gli immigrati in generale e il governo di “Roma ladrona”. La xenofobia e il federalismo sono l’attuale risposta per entrambi.
Speriamo che la storia scelga questa volta un percorso alternativo.