
Quando vai a
Parigi, appena atterri e ti si stagliano all'orizzonte i palazzi che raccontano più di un millennio di storia nello stesso luogo, la sensazione è quella di finire in una hall circolare dalla quale si aprono infinite porte, tante quanti i punti della circonferenza. Porte senza targhetta, e ciò che sta dietro lo saprai solo attraversandole.
A Parigi c'è sostanzialmente tutto.
In piccole o in grandi o gigantesche dosi. In modo discreto o magniloquente. Ma c'è tutto.
Basta avere chiaro quel che si cerca.
Ed essendoci tutto, è inevitabile che non ci sia solo il bello, ma anche il brutto.
Parigi non è la città da cartolina. Non basta vederla. Parigi va letta.
Perchè se c'è qualcosa che davvero non si può non notare, nemmeno se a distrarci è l'imponenza della
Tour Eiffel, o degli edifici reali, o dei trionfali boulevards, è proprio la cultura.
Librerie ovunque, dalle splendide boutiques di libri antichi, gialli e introvabili, ai cinque piani in
Boulevard Saint Germain. I cafè dove ancora oggi si discute di filosofia, anche se sono lontani i tempi in cui poteva capitare di bersi il caffè di fronte a
Diderot, o a
Balzac. E comunque per dovere di cronaca mi sento di ricordare molto meschinamente che filosofare a Parigi costa.
Ma la città sembra costruita per istruire se mi perdonate il gioco di parole.
La musica sposta il proprio baricentro su generi che non frequento e sui quali sono ignorante. Di certo non si può dire che Parigi sia rock. E si vede. E si sente.
World music appalla, influenze di ogni genere, soul, in un misto fra cosmopolitismo, erudizione musicale e orgoglio post-colonialista (ricordate i
Mano Negra?).
C'è il luogo comune che la vede snob, chic. Beh è proprio così.
Per certi versi.
Una camminata in veste da turisti per
Rue Saint-Honorè può causare gravi danni all'autostima, nell'infilare l'uno dopo l'altro negozi che solo a guardarli si possono strisciare, nei quali volendo potremmo spendere più di quanto abbiamo mai speso in vita nostra, e in cui comunque dopo tutto questo, non è assicurato che si riesca a comprendere il reale uso degli oggetti venduti. Ma se il lusso fosse utile non sarebbe più tale, ci risponderebbe una delle splendide modelle anonime ragazza-della-porta-accanto che vediamo entrare in un qualsiasi di questi negozi, spendere una cifra non ben comprensibile e bersi l'aperitivo con le amiche comunicando in tre lingue.
Ma a parte queste stranianti esperienze di shopping (ovviamente non riuscito) conviene soffermarci su operazioni più strettamente culturali, nel senso antico del termine: l'andar per musei.
Sorpresa numero 1: a Parigi non c'è solo il
Louvre!
Sorpresa numero 2: al d'
Orsay non ci sono solo gli impressionisti!
per esempio ci si imbatte in mostre dal range più diverso (ampiamente pubblicizzate in metrò). Da Mirò a Warhol al
Musee Du Luxembourg, dove il Senato ospita la collezione Berardo, che in fatto di arte contemporanea credo tema solo l'enorme e stupenda collezione permanente del
Centre Georges Poumpidou (sì, quello coi tubi bianchi gialli e blu, le scale mobili a vista e le fontane di dubbio gusto) dove tra l'altro è stata organizzata una mostra sui Futuristi con un rigore che è difficile trovare negli stessi Futuristi. Ma non è finita, perchè
Pollock e
Rouault vi aspettano alla Pinacoteca della città, quella vicino alla ridicola e dozzinale Chiesa della
Madeleine. E per chi amasse tempi più barbari, al Museo dell'
abbazia di Cluny c'è una collezione di arte medievale che vanta fra le sue perle il ciclo di arazzi della
Dama con l'Unicorno (proprio quelli di
Tracy Chevalier).
E ancora, arte cinese al
Cernuschi, nascosto dietro a un parco voluto da
Haussmann, e ovviamente le chiese.
Sono un amante del gotico, è una delle poche cose che riesce a farmi dimenticare la mia avversione alle istituzioni religiose. Ammetto che, una volta entrato alla
Sainte Chapelle, quasi mi è dispiaciuto non aver nessuno a cui rivolgere una preghiera in quel luogo meraviglioso (dove tra l'altro non si svolgono più funzioni religiose; chi volesse deve "accontentarsi" di
Notre Dame). Ma non metterò fotografie. La luce che pervade quelle immense e meravigliose vetrate merita la sola visione dal vivo. Se vi capita non lasciatevela sfuggire solo per non si vede dalla strada. E' soltanto incapsulata nel palazzo di Giustizia.
E in fondo, anche solo passeggiando si può cogliere la bellezza e lo sfarzo di questa capitale. Dal Louvre alla
Defense si fanno 7 km, ma è dura accorgersene se non si tiene lo sguardo basso. Tante sono le meraviglie che si incontrano.
Ma ancora di più sono passeggiando per il
Marais, o per i quartieri della
Rive Gauche (da sempre la Riva intellettuale stando ai clichè parigini). La libreria di 5 metri quadri che non ti aspetti, il venditore di cozze per la strada, una moschea enorme che all'improvviso ti ruba l'orizzonte e ti fa pensare che invece in veneto alle moschee c'è chi vota contro, e chi molto più pragamaticamente gli da fuoco.
Il
Pont Des Artes a novembre ha poco di artistico, a meno che non siate come me che considerate artistica una passerella pedonale vuota su una senna gelida che isola dal rumore della città illuminata.
Di Montmartre resta il misticismo della basilica bianca sulla collina che si erge da un qualsiasi punto di Parigi e appare-scompare come un fantasma quando si alza la nebbia (mi piace pensare che sia nebbia, e non smog). Per il resto è un quartiere sostanzialmente turistico, privo della vita che io ho cercato e trovato nella ville lumiere.
Ti gusti una crepe ormai piuttosto standardizzata ed europeizzata mentre ti guardi intorno e non sai dove girarti, perchè non sai cosa cercare.
Ma quando torni ti rendi conto che qualcosa senza cercarla l'hai trovata. Una pace dei sensi molto "culturale" nel senso non snobistico del termine. L'averla trovata in una metropoli è di per sè un piccolo miracolo.
Da girarsi di notte con
questa canzone.